Racconto

 

 

L'INCOMPIUTA*


1...              A trentotto anni, il professor Cocò Interlandi, applicato presso la cancelleria della pretura, era ancora celibe. Viveva con la vecchia madre, donna Assuntina, nella grande casa, ora cupa e spoglia, appar­tenuta ai nonni, ai bisnonni e giù giù, fino a perdersi nella notte dei se­coli normanni.

La casa era allocata in un cantone della piazza detta “dei Nobili” di­rimpetto a quella “del Popolo”. Fatto rarissimo, qui il popolo era riu­scito- già durante la monarchia - a farsi dedicare una piazza per gli in­contri, per il passeggio domenicale.
La separazione conveniva anche ai nobili, per non mischiarsi con le plebi rurali.
Due piazze deserte di giorno e affollate di sera, ideate come spazio fi­sico di riferimento delle due “classi” sociali così diverse, ma non ne­cessariamente contrapposte. Da lungo tempo, nobili e plebei coesiste­vano, seppure con qualche mugugno.
Entrambe circondate da case borghesi e da palazzotti d’epoca con qualche pretesa architettonica, le piazze comunicavano mediante una stretta via.
Nel secondo dopoguerra, giunsero nuove idee, più giuste pretese che ruppero l’antica armonia sociale. I due spazi divennero nemici. Baroni e popolani si guardarono in cagnesco. Era arrivata la lotta per la ri­forma agraria.
Mai, prima d’ora, il popolo aveva osato levarsi contro il feudo, chie­dere l’esproprio dei latifondi dei grandi proprietari, avendo dalla sua la legge dello Stato.
La domenica, dopo la messa di mezzogiorno, bastava un colpo d’occhio per cogliere tutte le sfumature delle alterità che si fronteggiavano.
In una piazza i signorotti in abiti alla moda, con il cappello morbido di feltro e il giornale in mano, nell’altra la gente del popolo con la cop­pola sopra il vecchio vestito della festa.
Avanti e indietro, per il basolato. Ogni ceto nel proprio spazio. Ci tenevano a non confondersi con l’altro. Attraverso quel vicolo di colle­gamento, passava, sospinto da una bava di vento marino, il flusso co­pioso delle diffidenze, dei risentimenti.
 
2...              Cocò, diminutivo di Nicola, è un nome raro da queste parti. Un vezzeggiativo che stride con la massa dei Cola. Un appellativo che se non ben portato rischia di essere scambiato con il nome della “cara­mellina” che si promette ai bimbi o nella gallina che fa l’uovo, ecc.
Insomma, sono pochi coloro che continuano a chiamarsi Cocò senza evitare di diventare ridicoli.
In genere, si salvano i Cocò di “prima classe” ossia i nobili e i “parve­nus”, gli arricchiti. Il denaro, lo status coprono ogni difetto, salvano tutti.
La gran parte incappa nella pubblica derisione, nella sventura di una vita infelice, spesso nella dabbenaggine.
Chiamarsi Cocò è, dunque, un serio rischio che la famiglia Interlandi non calcolò a dovere, forse sperando di fare del figlio un uomo di grandi speranze, di sicuro avvenire.
Il nostro non poteva essere annoverato tra i potenti, anche se nessuno se la sentiva di collocarlo fra gli scimuniti. Per molti, era una via di mezzo.
Nella sua personalità, affiorava qualche stranezza, qualche piccola ma­nia, ma nulla di preoccupante. Per il resto era normale. Di quella nor­malità asfissiante, tipica dell’intellettuale di provincia, ma anche di città, rigidamente inquadrato nel meccanico ripetersi delle abitudini che fanno della giornata di un uomo un monumento d’ipocrisia.
È bene precisare che, a quel tempo, l’attributo di “intellettuale” non era attribuito per speciali doti e meriti speculativi, ma era concesso, indi­stintamente, e per grazia del popolo, a chi aveva frequentato le scuole “alte” (superiori). Bastava avere frequentato un istituto superiore, pos­sedere un diploma per essere considerato “intellettuale”.
I veri intellettuali (pensatori, creativi) erano rari. La maggioranza erano solo titolari di un diploma e/o di una laurea spesso acquistati a caro prezzo.
Ad abbondare erano gli analfabeti, ammassati nel girone degli “gnu­ranti”, come si autodefinivano.
Il popolo era spietato, anche con se stesso. A chi aveva frequentato le scuole “vasce” (basse) al massimo concedeva “u cocciu da littra”. Così, in queste contrade, ha girato la ruota della storia, per secoli.
 
3...              Cocò mostrava più anni dei 38 dichiarati. Le malelingue dice­vano che aveva saltato la giovinezza.
Un po’ miope, portava un paio di occhiali spessi, vecchio stampo, da cui, a malapena, si scorgevano due occhietti vividi, intriganti.
Così conciato, affrontava la sua giornata minutamente pianificata e re­golata dall’orologio.
Era un fanatico degli orari, della puntualità. Uno di quelli che se non avessero inventato l’orologio da polso si sarebbe portato appresso una clessidra.
In società lo chiamavano “professore” anche se nessuna scuola o acca­demia gli avesse conferito tale titolo. Con enormi sforzi, riuscì a con­seguire il diploma di maturità classica. Gli sarebbe piaciuto diventare un professore, un docente delle superiori, ma la morte improvvisa del padre lo sconvolse, lo scoraggiò fino al punto di rinunciare all’iscrizione ai corsi universitari.
Già, dal primo anno del ginnasio dichiarava ai quattro venti che stu­diava per diventare professore. Le persone lo presero in parola e co­minciarono a chiamarlo “prevessù”. Chi per abitudine, chi per bontà d’animo.
E lui, Cocò, a furia di sentirselo ripetere, lo ritenne un titolo acquisito, per uso capione.
Nulla da ridire. Non era questo il primo caso di attribuzione abusiva di un titolo scolastico. E non sarebbe stato, certamente, l’ultimo.
In quest’Isola, la fabbrica dei titoli è sempre attiva. Invece che manu­fatti si fabbricano titoli a bizzeffe. Veri o falsi, importa poco.
Cocò, almeno, aveva conseguito la maturità. Per lui essere chiamato “professore” era di grande utilità. Per essere ammesso in società. Al circolo dei “Cappelli di paglia” storcevano il muso quando qualcuno, sprovvisto di un confacente titolo, chiedeva di essere ammesso come socio.
Un titolo bisognava averlo, anche se non certificato.
Le norme statuarie erano chiare a proposito. A differenza dei concorsi di Stato, la deputazione del circolo riconosceva fra i titoli anche quelli attribuiti dal popolo, che erano i più, a parziale risarcimento dell’orgogliosa pretesa di neghittosi rampolli della borghesia paesana.
 
4...              Cocò Interlandi non era fra questi ultimi. Secondo lo zio pa­terno Gualtiero, cultore dell’albero genealogico della famiglia, Cocò poteva vantare alcuni quarti di nobiltà certa, anzi certissima. Certificata dal Centro araldico nazionale, massima autorità in questo campo, che gli aveva consegnato lo stemma del casato, raffigurante un falcone in volo, sullo sfondo una mezzaluna.
Secondo il diploma, incorniciato ed esposto in bella vista nel salone delle feste, quel ceppo locale apparteneva all’illustre casato di Filippo Maria Interlandi Flores, barone di Chiusa della Rocca e del Godrano.
D’animo onesto e coscienzioso, il nipote non se la sentiva di accettare, acriticamente, l’illustre origine, anche se, intimamente, desiderava tro­varsi d’accordo con lo zio.
Il dubbio gli nasceva da quel secondo cognome, Flores, non riscontra­bile nella documentazione depositata nell’archivio storico municipale, a datare dalla fondazione del paese, avvenuta intorno alla fine del ‘600.
Segretamente, esperì delle indagini, ma non riuscì a sapere donde pro­venisse il primo Interlandi approdato in quel paese.
Lo zio, invece, non ammetteva dubbi: egli si riteneva discendente per via diretta dal nobile casato e, pertanto, si sentiva autorizzato a esporne lo stemma e di fregiarsi del titolo di barone.
Se Cocò si permetteva ricordagli che: “Il primo Interlandi arrivò qua senza il Flores…”, il sedicente barone di Chiusa della Rocca e del Go­drano lo aggrediva a brutte parole: “Ingrato, sciagurato, il nome stesso lo dice. Interlandi, prendi il vocabolario. “Inter” viene da latino “tra”, “land” dal tedesco “terra”. Da ciò Filippo tra le terre. Cocò tra le terre…Dimmelo tu che fai i conti della serva, allora chi stava tra le terre? Chi possedeva le terre? Non c’era mica la riforma agraria, come oggi! Le terre, tutte le terre erano proprietà del re e della sua nobiltà. Tutti gli altri erano servi!”
“Ma il Flores…il Flores.” insisteva, timidamente, Cocò.
“Ma sei veramente sciocco e testa di piombo - lo redarguiva, avvilito, lo zio - Chi vuoi che a quei tempi trascrivesse correttamente, per intero il nome dei nostri ascendenti? E dire che hai studiato! Vuoi che il re di Spagna, quel fetente usurpatore delle ricchezze della nostra Isola fe­lice, non si vendicasse dei suoi fieri oppositori? Che non si accanisse tragicamente contro la schiera di eroi che si opposero gagliardamente alle sue pretese di dominio?
Tra questi eroi - devi metterti bene in testa - c’era il barone Filippo Maria Interlandi Flores, nostro progenitore. Il crudele Martino li tru­cidò, li diseredò e per completare la vendetta ordinò di disperdere le loro fastose origini, dandole in pasto alla volgare ignoranza dei suoi scribi che ne fecero carne di porco.
Carne di porco, Cocò! Storpiarono, di proposito, i più bei nomi dell’aristocrazia isolana. Così caddero il Flores al nostro casato, il Gubernatis a quello del duca di Brusca che gli è stato restituito grazie all’acume, alla previdenza di un suo avo che, dopo la cacciata del bor­bone, intentò causa contro ignoti e la vinse. Il re di Casa Savoia, nostro benefattore e costruttore del regno d’Italia, gli restituì il nome per in­tero e il corrispondente titolo nobiliare. E così avvenne per tanti altri nobili defraudati da Martino.
Siamo stati defraudati Cocò! Ci hanno rubato nome, titolo e terre. Cocò tu sei barone! Convinciti, le carte parlano chiaro. Io comunque rivendico il baronato. Mi ci sento barone! Tu fai come vuoi. Peggio per te. L’unica cosa che mi tormenta, che mi fa rabbia che la trasmissione ereditaria di questo titolo nobilissimo e meritatissimo sia affidata a te che a 38 anni non sei ancora sposato. Che cosa aspetti? Se non fai un figlio, il nostro casato si estinguerà. Dopo otto secoli. Capisci? Se non ci dai un maschio siamo condannati all’estinzione! Siamo nelle tue mani Cocò…” Quasi implorandolo.
 
5...              Più volte, in famiglia avevano tentato d’indurre Cocò a pren­dere moglie. Gli avevano prospettato le più belle ragazze del paese, le più dotate, ma lui restava indifferente, agnostico.
Si temeva il “peggio” ossia che fosse passato nell’altro “campo”.
In realtà, il rifiuto era conseguenza di un giuramento che il giovane aveva fatto dopo una cocente delusione d’amore: niente matrimonio.
La solita cazzata alla quale taluni si attaccano.
Dopo quella delusione, per lui la donna divenne soltanto un oggetto di piacere. Un piacere che poteva procurarsi senza incatenarsi per la vita. Bastava pagare. A conti fatti, una prostituta, che si può cambiare a pia­cimento, costava meno che mantenere una moglie incartapecorita.
E poi, con i tempi che corrono, con questa ondata di falso modernismo chi poteva garantirgli la fedeltà della futura moglie?
Stando agli apprezzamenti, ai commenti salaci che si facevano al cir­colo, in quel paese tutte le mogli erano indegne dei rispettivi mariti.
In quel covo di malelingue, il passatempo preferito era quello di osser­vare le donne passare per la piazza e per ognuna confezionare un commento acido, un sospetto.
Secondo tale statistica, il 95% delle mogli aveva cornificato il marito. Non si salvava nessuna. Tutte adultere! Tranne quel 5% che erano le loro mogli.
No. Non ne valeva la pena. Sarebbe finito anch’egli nelle fauci delle malelingue, nel tritacarne del sospetto, della derisione, sfottuto, com­miserato per lo sviluppo, vero o presunto, delle protuberanze ossee frontali.
E secondo don Mimì, che si atteggiava a uomo di mondo, non c’erano accorgimenti, precauzioni sufficienti per evitare quel ludibrio.
“Date retta a me che c’ho l’esperienza. Non faccio nomi perché non è giusto - accennava un sorrisetto perfido, complice- è ineluttabile, fatale. Può essere questione di tempo o di modalità, ma, prima o poi, tutti ci si ritrova cornuti!”
Il motto scherzoso (ma non troppo) che circolava al circolo per com­plimentarsi con chi si apprestava al matrimonio era il seguente: “spo­sati che… ci divertiamo…”
 
6...              Una mistura tossica composta di fatti veri o inventati, d’insinuazioni, di maldicenze, di diffamazioni a ruota libera, da cui Cocò trasse la convinzione che, alla prova della verità, questa donna siciliana, tanto decantata per il pudore, per le sue virtù coniugali, non è che un’ineffabile puttana.
E buttana per buttana, meglio quella dichiarata dalla quale puoi andare quando più ti aggrada, con un costo modico, senza condizionamenti e obblighi di vario tipo. E, soprattutto, per restare liberi di camminare a fronte alta senza che nessuno ti possa gridare, davanti o di dietro, cor­nuto.
“Ah! Per un uomo non c’è sensazione più ricreante di passarsi una mano sulla fronte liscia, sgombra da qualsiasi protuberanza!
E, per continuare a godere di tale sensazione, non c’è altra soluzione che stare lontani da ogni proposta matrimoniale”, congetturava Cocò, guardandosi allo specchio.
A parte il nostro applicato che era una personalità debole, il problema delle “corna” continua a essere un assillo in molti paesi “caldi” dei sud del mondo, soprattutto in quelli di tradizione islamica e cristiana.
E dire che - come un giorno spiegò il professor Beniamino- la genesi delle “corna” non fu per nulla di segno negativo, ma addirittura ben augurante.
“Ci fu un equivoco, artatamente studiato, inculcato soprat­tutto ai poveracci (i ricchi se ne strafottono della corna) per rafforzare la sacralità del matrimonio, l’idea del possesso di un altro individuo. Se tutti, uomini e donne, fossimo cornuti la vita sarebbe una bellezza!”
Indi spiegò l’origine della “corna”.
Nell’antichità, nei paesi nord-euro­pei, i governatori delle province, in forza del loro potere, potevano scegliere la donna con la quale desideravano accoppiarsi per la notte. Qualcosa di simile al nostrano “ius prima noctis”.
Quando questo avveniva, la porta della casa dove il governatore aveva “incontrato” la donna era adornata con corna di alce, come segno della sua onorevole presenza.
Se la donna era sposata, il marito, felice, mostrava ai vicini l’ornamento, giacché la “visita” del governatore era per quella famiglia un orgoglioso riconoscimento.
Da qui le classiche frasi di compiacimento: “Ti misero le corna”, “Sei un cornuto”, ecc, ecc.
Ancora oggi, una simile costumanza si riscontra presso le popolazioni eschimesi che vivono all’estremo nord, dove - si dice - che il marito usi offrire la moglie all’ospite che giunge nell’igloo. Anche se non è go­vernatore.
Condivisibile o meno che sia la consuetudine, resta da capire la ragione per cui essere “cornuto” al Nord era (è?) motivo di orgoglio, mentre al Sud è la più grave offesa, un disonore, una macchia indelebile da la­vare con il sangue. Punti di vista o problemi di natura ambientale, deri­vati dalla differenza termica? Agli schiffarati l’ardua sentenza.
 
7...              Donna Assuntina, ormai vecchia e malata, sempre più spesso lo richiamava, lo implorava con le lacrime agli occhi: prima di morire desiderava vedere il figlio accasato, sistemato.
Cocò restava irremovibile: niente matrimonio, niente moglie!
Il suo sudato stipendio non era per le puttanelle del paese, non inten­deva campare figlie di mamma. I suoi soldi se li mangiava lui, a suo piacimento.
Per stimolarlo, lo zio Gualtiero lo stuzzicava nel suo orgoglio di ma­schio. Lo tacciava di non avere coraggio, di non saperci fare con le donne.
Una volta gli scappò: “Sei un coniglio!”, ma si corresse subito. “Ma­gari fossi un coniglio! Quelli a ogni figliata ne fanno 10-12 di figli…”
Lo zio non voleva offenderlo, usava la leva dell’insinuazione sperando di fare scattare nel nipote la molla della gagliardia degli Interlandi.
In genere, Cocò sopportava le allusioni, le basse punzecchiature dello zio. Lasciava correre anche per rispetto della memoria del padre de­funto.
Diventava furente quando si sentiva colpito nel suo orgoglio virile.
Tutto gli si poteva contestare, rimproverare eccetto la sua virilità che era fuori discussione. Si sentiva come torre munita e inespugnabile alle cui pareti erano appese le liste, con i nomi scolpiti nel turgido marmo, delle donne passate sotto le sue “forche caudine”.
A pagamento, s’intende. E per atroce vendetta rimproverava allo zio la sua sterilità, la sua incapacità a mettere al mondo un figlio.
A questo punto, il diverbio si trasformava in rissa: inseguimenti furiosi da una stanza all’altra, grida che rintronavano per il vicinato. Per la gente, era questo il segnale che in casa di Cocò si stesse, regolarmente, parlando di matrimonio. Vere e proprie scenate che accendevano le fantasie più maliziose.
 
8...              Il popolo, che crede nelle superstizioni e nelle fatture, stranamente diventa scettico, incredulo, vuol vederci chiaro quando si tratta di vicende di sesso. Una volta accertate, le enfatizza. Insomma, su questo terreno quasi mai predilige la verità. Sul fronte della reputazione sessuale Cocò fu equivocato, incompreso. Nessuno prendeva per vere le ragioni della sua tenace contrarietà al matrimonio. La massa lo sospettava d’impotenza e da ciò faceva derivare il suo disagio, la sua indifferenza verso l’altro sesso.
Tutti gli riconoscevano onestà e buona coscienza. Si pensava che rifiutasse il matrimonio per risparmiare alla moglie le atroci sofferenze derivate dall'inadempienza dei doveri coniugali.
E una moglie insoddisfatta l’avrebbe cornificato. Ineluttabilmente.
Cocò temeva la voce del popolo e quelle delle malelingue del circolo dei “Cappelli di paglia” che avrebbero fatto del suo matrimonio l’oggetto privilegiato delle loro conversazioni.
In questo campo fu sfortunato, fin dalla tenerissima età. Poteva avere 5-6 anni appena quando in paese si sparse la voce che egli, al posto del pisellino, avesse solo un piccolo cannello per urinare.
Una singolarità che incuriosiva un po’ tutti. Fino a spingere un gruppo di pie donne, che solevano fare circolo in strada per il santo rosario, a sequestrare il bambino per verificare l’orrenda voce.
Nel corso della visita, eseguita con scrupolosa e divertita attenzione, fu accertato che il pisellino c’era, anche se di dimensioni minime.
Ma lasciamo continuare il popolo a malignare e andiamo al fatto che più ci interessa raccontare.
 
9...              Di fatto, il professor Cocò Interlandi non aveva vizi. A parte uno di cui diremo. Se vizio si può chiamare. Viveva le sue giornate se­condo lo schema classico dell’impiegato di concetto: casa, lavoro, cir­colo.
Nelle dispute si atteggiava, con qualche titolo, come un buon cultore di letteratura (il suo giardino segreto); mentre nell’intimità della sua casa coltivava la passione per la musica classica.
Una passione strana, evocatrice dei fantasmi di un tempo ormai re­moto. La vecchia madre se n’era fatto un cruccio: “Tu sei in sintonia con Mozart, con Schubert, con Verdi, ma non riesci, non vuoi entrare in sintonia con la realtà in cui vivi…”
In paese, l’unico che l’avrebbe potuto capirlo era mastro Concetto, per noblesse oblige, in quanto ex capo della disciolta banda musicale cittadina. Ma con lui non aveva occasioni d’incontro.
L’operistica manco a parlarne era schernita, ridicolizzata dagli “intel­lettuali” e dal popolo che, in gran parte, la sconoscevano.
Potenza della radio, del cinema, tutti in quel paese preferivano la can­zonetta e, come variante, qualche lagnosa ballata della tradizione fol­kloristica isolana. Il “modernismo” aveva vinto su tutte le ruote.
Isolato e, talvolta, anche deriso a causa di questa sua passione, Cocò teneva per se il culto della musica sinfonica, per i grandi autori euro­pei. Collezionava dischi (33 giri) di concerti famosi, biografie degli autori più celebrati. Di Beethoven conosceva vita, miracoli e morte, anche gli aspetti più controversi dei suoi amori e della sua traviata ses­sualità.
Nella “quarta” e nella “sesta” sinfonia, i maligni pretendevano di co­gliere tali perversioni. “Infamia!”, insorgeva l’Interlandi. Frutto di una fantasia immonda, miserabile destinata a sciogliersi come neve al sole al primo tocco della tastiera.
 
10...          Per lui la musica era come un rifugio dorato, un’astrazione fe­lice da quel mondo ipocrita, blasfemo che lo circondava. Una seconda vita.
Sulle ali della musica viaggiava alla conquista di nuovi orizzonti, oltre il mare, vicino alle stelle; lontano dall’odore di naftalina, dal lezzo pu­trescente emanato da quella gente ammassata nei circoli a malignare, a intrigare per il proprio tornaconto, spesso a rubare il prossimo.
Chiuso nel suo freddo, austero stanzone, Cocò guardava gli uomini con spregio, con compassione.
Piccoli esseri immondi cui era negata la gioia della musica. Privati del dono più bello per elevare lo spirito, per redimere il genere umano, ab­brutito dalle guerre e dalla ricerca dell’illecito profitto.
Adorava intensamente la musica e con la stessa intensità odiava quel mondo ipocrita, ignorante che la disprezzava.
Sciolse le briglie della sua vena poetica e abbozzò un’ode alla musica.
“Voi piccoli esseri che bramate il denaro, gli agi
Voi che siete immodesti e ipocriti distruttori del genio
Voi imperiosi che alzate le vostre case contro il cielo
Giammai toccherete le vette del sublime, il punto stellare, dove nasce la musica…”
Qui si fermò. Preferì lasciarla incompiuta, come i tanti suoi propositi e progetti solo iniziati, poiché si accorse che non stava componendo un’ode, ma solo un’invettiva contro i suoi ipocriti compaesani.
La povera donna Assuntina, unica, involontaria compartecipante di tale gaudiosa passione, non riusciva a spiegarsi le cause della “malattia” del figlio.
Sì, perché lei la vedeva come un’ossessione insana, distruttiva, come preludio di una più grave sciagura incombente sul suo adorato Cocò: la follia.
Immaginava i segni del male diffondersi a cerchio in quella grande casa, un tempo piena di vita e di gioia che le manie del figlio avevano ridotto a squallido androne di “nguantisimi”.
Non c’era alcun dubbio: tutto ciò era opera del Leviatano, del signore degli inferi che, con i tentacoli della musica, attirava Cocò nel vortice della dannazione.
“Dove, da chi aveva preso questa infatuazione? In famiglia nessuno mai aveva toccato uno strumento musicale. Solo fucili da caccia e “tummini” (stai) per misurare il grano, le fave in entrata.”
Povero figlio! Quanti rosari, invocazioni ai santi più illustri, per sal­varlo.
 
11...          A ben vedere, il professor Interlandi aveva acquisito la pas­sione per la musica sinfonica non per una geniale intuizione estetica, né per una degenerazione dell’equilibrio psichico, né - come temeva la madre - per malefica intercessione del diavolo, ma per altri, più consi­stenti motivi.
Ormai da venti anni, Cocò dedicava la domenica al prescritto riposo, suddividendola in due momenti principali: nella mattinata la messa cantata per la soddisfazione del bisogno spirituale e nel pomeriggio la visita alle meretrici per il soddisfacimento del bisogno corporale.
Esigenze dello spirito e del corpo, armonicamente, fuse nella virtuosa personalità del professor Interlandi.
Puntuale alla messa solenne di mezzogiorno allietata dai cori della “gioventù cattolica” e da quello delle “figlie di Maria dei sette dolori”. Una volta al mese, prendeva la comunione. Era un fedele osservante del sacramento, ma riteneva uno spreco tutte quelle ostie inghiottite a ripetizione. Le giustificava solo per chi aveva molti peccati da emen­dare, da farsi perdonare.
E poi, lui così ligio alla dottrina e ai doveri civili da quali colpe doveva farsi assolvere?
Terminata la cerimonia, si accompagnava con gli amici per quattro passi in piazza, dove si potevano ammirare le ragazze da marito alle quali carpire un sorriso, una guardatina d’assenso, inviare segnali d’amore. A Cocò non interessavano. Appariva distratto. Con la testa era altrove.
 
12...          Altrove. Dove? E presto detto. Alle 15,10 era sul treno per Cartona, la città capoluogo, distante una mezz’ora dal paese. Dalla stazione il tragitto era sempre lo stesso. Dritto e un po’ guardingo, si dirigeva verso i quartieri bassi della città, verso il centro storico arabo-medievale, dove dieci secoli sembravano essere passati invano.
Mille anni rimasti qui, morti insepolti, ammassati, stratificati uno sopra l’altro.
Un tempo specchio della potenza e della ricchezza di Cartona, il centro storico era divenuto un luogo triste, vetusto, puzzolente perfino, dove si consu­mava la vita di un popolo emarginato, sconfitto dal progresso.
Stradine anguste, tortuose, segnate da cumuli d’immondizia stagionata sopra i quali giocavano bambini smunti, semivestiti; stracci appesi alle “cordine” come lacere bandiere di un esercito in disfatta. Simile a un grande corpo anemico, il centro storico ansimava come quei vecchi ca­vatori dalle membra sfatte e i polmoni corrosi dalla silicosi.
Quella distesa di case basse, di tufo, non importa se stemmate o plebee, sentiva vibrare dentro le viscere, fin dentro le ossa, la metastasi del cancro fatale. Ogni tanto qualcuno si svegliava dal letargo politico e/o intellettuale e prometteva la salvezza, il recupero del centro storico.
Impossibile, secondo il cavalier Comparetto, ex federale fascista e gaudente possidente di campagna, poiché la decadenza fisica, la morte sono ineluttabili.
Ieratico e strafottente, egli soleva dire che “le cose vecchie devono mo­rire, come tutto muore in questo mondo: gli uomini, le bestie, le piante, i laghi, ecc. Anche le civiltà nascono, invecchiano e muoiono: dalla Mesopotamia all’Egitto, dalla Fenicia alla Grecia.
Grandiose civiltà spentesi come lampadine esaurite. Ora, tocca a noi, alla Magna Grecia ossia alla Sicilia, alla Calabria, alla Campania…che forse s’illudevano di sopravvivere al destino della madre Grecia.”
Se la storia di queste città dovesse essere rappresentata, raccontata da questi “centri storici” se ne dovrebbe trarre la conclusione che trattasi soltanto di storia d’indigenza, di miserie e di malanni.
Ma così non fu. Fu storia di alternanze, di atti eroici e infime viltà, di opulenza e di fame, di scienza e pestilenza, di feste e di pianti.
Oggi, dentro quel recinto di fetide mura, si svolge la storia della merci­ficazione della donna, degli affetti, di una dolorosa promiscuità.
Non c’è più alternanza. La storia va avanti a senso univoco.
 
13...          Dolore e miseria nel ventre di Cartona che Cocò attraversava, frettoloso, noncurante di ciò che affiorava dagli stretti anditi.
Avanzava fra gli sguardi curiosi della gente, sotto filari di lenzuola bu­cate, tra nidiate di bambini smunti, vocianti, fino a raggiungere via della Locanda.
Da qui si entrava nella città del vizio, dell’amore venduto a prezzi stracciati. Ogni porta, una prostituta.
C’è n’erano di tutti i tipi e rango. Brune, bionde, vecchie e giovani; le gote cariche di colore e di belletto per nascondere le crepe, i segni del tempo e della fatica e, in molti casi, anche il pallore flaccido che lascia la sifilide.
Non era l’ora di punta e molte erano a caccia dei rari passanti. Sedute fuori a fumare in silenzio, lascive, lasche come carne di macello stesa al sole.
All’occhio volitivo di Cocò via della Locanda appariva invece come un piccolo mondo a se stante, allegro e pieno di musica, di voci e di canti. Era la festa, sempiterna.
Era felice di addentrarsi in quell’ambiente umano. Si umano! Egli, in­fatti, attribuiva alle prostitute grandi meriti e una sensibilità particolare, difficile da riscontrare in altri ambienti.
In fondo, queste donne si fanno carico di un grave problema sociale, di piccoli o grandi drammi individuali che, in qualche modo, aiutano a risolvere.
Altro che “sprizza cervelli”! Sedute psicanalitiche! In via della Lo­canda si va sul sicuro – pensava - poiché si scaricano gli avvilimenti, ci si disintossica dell’aria greve accumulata durante una settimana fra le scartoffie della cancelleria.
Qui si gode quella mezzora di felicità, di libertà, lontani da tutti, anche dalle maldicenze degli amici del circolo.
Le prestazioni di una prostituta erano per Cocò più efficaci di una me­dicina, più rilassanti di una terapia psicanalitica. Entrare in quelle case era come immergersi, nudo, i vestiti lasciati sulla riva, nelle acque del Gange per attendere alla sua purificazione e riacquistare la forza e lo spirito per affrontare una nuova settimana.
 
14...          A via della Locanda, l’offerta era ampia, variegata rivolta alle diverse tipologie di clienti: dallo studente all’impiegato, dal pensionato all’artigiano, al “borgese” comodo il quale, dopo aver piazzato i pro­dotti al mercato, vi si recava prima di rientrare nel tran tran familiare.
Nel quartiere la legge era bandita, almeno quella dello Stato. Le regole erano dettate dalla criminalità la quale, per farle rispettare, non aveva bisogno di emanare decreti. Le norme, rigide e crudeli, erano impresse nelle menti atterrite delle prostitute e dei loro magnaccia i quali ave­vano tutto l’interesse di conservare un ordine quasi perfetto, nel quale le loro protette potessero lavorare alacremente, per loro incrementare i profitti dello sfruttamento.
Un bel giorno, in via della Locanda avvenne una strana rivoluzione che pareva suggerita da manager industriali di ultima generazione.
L’obiettivo era di “elevare i profitti accelerando i ritmi di lavoro, re­golando i meccanismi produttivi sui tempi e sulla qualità della presta­zione…..blà, blà”.
Non eravamo al Lingotto, ma in una specie di bor­dello pluri- modulare.
Fuori dal linguaggio tecnico, manageriale, la “mala” decise che il me­tro di misurazione del tempo della prestazione non doveva più essere dato dal corso naturale dell’atto amoroso, come’era stato da quando è mondo, ma dalla durata di un disco, di un microsolco.
Questa era la direttiva alla quale tutte dovevano conformarsi. Senza eccezioni e/o riguardi per nessuno. Insomma, tempi duri per i “ritarda­tari”, per i tanti vecchietti che venivano una volta al mese, il giorno di riscossione della pensione.
 
15...          Le signore accolsero favorevolmente la “riforma” poiché dall’incremento delle entrate ne avrebbero tratto un utile maggiore.
La musica, dunque, era il nuovo timer che segnava il tempo delle pre­stazioni. Musica di ogni genere, per tutti i gusti: dalle canzoni più po­polari delle classifiche radio-televisive alla melodia napoletana, dal pezzo sinfonico classico alla quadriglia siciliana, dal rock and roll alla musica gitana, ecc, ecc.
Come per miracolo, via della Locanda si trasformò da luogo triste, vergognoso in una sorta di “location” dove s’intersecavano, felice­mente, le canzoni più belle e le musiche più ricercate.
Un festival perenne che creò un’atmosfera gradevole, gioconda e fece aumentare la presenza dei visitatori.
Ogni casa disponeva di una fornita discoteca, di un grammofono mu­nito di vigorosi altoparlanti. Cosicché, con il sicuro profitto si raggiun­geva lo scopo di mettere allegria nei clienti e armonia nella via.
Secondo la nuova regola, la durata dell’atto amoroso non poteva supe­rare quello del disco prescelto. Se il microsolco terminava prima della conclusione dell’atto, il cliente poteva chiedere di… riascoltarlo. In questo caso, il prezzo raddoppiava.
Come in qualsiasi mercato libero, l’offerta era basata sul classico bi­nomio qualità/prezzo, per dare sfogo alla libera concorrenza, alla libera scelta. Tutto libero in quel bordello!
Tranne le povere prostitute che erano schiave dei loro magnaccia e della “onorata” criminalità.
 
16...          Ovviamente, in questo “mercato” le donne più anziane o più provate dalle fatiche del mestiere erano molto sfavorite rispetto alle colleghe più giovani, più prosperose.
Per compensare tale svantaggio ricorsero a un espediente niente male.
Puntarono sul fattore tempo ossia sulla più lunga durata della presta­zione. Dotarono le loro discoteche con microsolchi a 33 giri, riprodu­centi i pezzi più celebri di musica sinfonica e perfino alcune arie tratte da popolari opere liriche.
Tal ché il cliente, anche se non affascinato dalla loro bellezza, poteva essere attratto dal maggior tempo che il 33 giri gli metteva a disposi­zione.
Davvero una provvidenziale innovazione quella del 33 giri! Specie per i clienti più attempati, che non erano pochi, tremendamente infastiditi dal fatto di sentirsi “inseguiti”, incalzati dal veloce schiamazzo di una canzonetta a 45 giri.
A parte l’indiscutibile valore melodico, la musica classica offriva al cliente la possibilità di vivere l’esperienza d’amore in un’atmosfera più consona - è il caso di dire- più rilassata, com’è giusto che sia. C’era chi chiedeva una marcia militare perché gli dava la carica, chi preferiva qualche brano della “nona” di Beethoven che conferiva a quel mo­mento così intimo una dignità subliminale.
 
17...          Sulle prime, Cocò frequentava le case a “45 giri” perché era molto attratto dalle ragazze frementi, dal corpo sodo e dalla coscia lunga. Per una bizzarra associazione d’idee questo tipo di donna gli ri­cordava i cavalli della fattoria di zio Gualtiero, dei quali, da bambino, era perversamente innamorato.
Era giovane. In corpo sentiva l’ardore impetuoso del vento africano e la forza di cento leoni. Pertanto poco gli importava che il 45 giri cor­reva, galoppava. Quei pochi minuti gli bastavano.
Con l’andar del tempo, il fardello dell’età cominciava a farsi sentire sul corpo indolente, infiacchito.
Se ne accorse quella volta in cui “inceppò”: un blocco gli paralizzò i muscoli, la testa divenne un pallone confuso.
Nulla valse a sbloccarlo. Chiese il bis di quella celebre canzone di Nilla Pizzi per tentare di salvare l’orgoglio e la faccia di fronte a quella gentilissima signora che, invano, lo incoraggiava.
Il professor Interlandi restò scosso, traumatizzato dall’inatteso blocco. Pensò che fosse un segnale della giovinezza che lo abbandonava.
Da quel momento, abiurò ogni tipo di canzonetta a 45 giri e si trasferì nel mondo dei 33 giri.
Così fece ingresso nel mondo solenne della musica sinfonica, delle dolci atmosfere, degli amori goduti senza l’incalzar del tempo…
Certo, quelle donne erano più mature, ma quanta perizia, quanta sa­pienza ci mettevano. Delle vere maestre dell’amore.
 
18...          E così, da diversi anni, nel tardo pomeriggio di ogni domenica, Cocò era in via della Locanda.
Continuava a cercare la compagnia delle donne a “33 giri”, senza rim­pianti e con un’assiduità degna di miglior causa.
Era contento, soddisfatto della loro compagnia. Non aveva particolari preferenze. A turno, se le girava tutte. In ognuna di loro trovava la donna che non aveva avuto. D’altra parte, il piacere era reciproco. Le donnine lo trattavano bene e - come ospite graditissimo - gli lasciavano la scelta della sinfonia.
A furia di frequentare quelle case, si rafforzò in lui la passione per la musica classica. Si gettò a capofitto nello studio di questo genere, degli autori più celebrati e di quelli meno noti al pubblico degli affezionati.
Mozart, Haydin, Ciaikovskj, Schubert, Beethoven, Smetana, Verdi, Puccini, Bach, ecc, divennero i suoi migliori amici con i quali trascor­reva le lunghe serate nel salone della grande casa. Nella stanza attigua, la vecchia madre ascoltava e piangeva.
Schiavo d’amore e d’arte, Cocò col tempo si sentiva rinascere, com­pletarsi. Lunghi momenti di estasi durante i quali realizzava la sua vera natura di uomo di mondo e di raffinato gusto. La musica, la musica! Tutto il resto non contava nulla.
Nella musica trovava ciò che, invano, aveva cercato nella vita.
 
19...          Lentamente, il morbo gallico s’impadroniva del suo corpo intisichito. Inesorabile e vorace, gli stava divorando il sangue. La lue lavorava a tradimento, come una congiura, tessera dopo tessera co­struiva il suo mosaico di morte.
Tempo prima, il professor Interlandi aveva avvertito qualche segno di abbattimento nella persona, a volte un annebbiamento della mente, ma non ci diede peso, fino a quando cadde a languire nel letto.
Il medico di famiglia gli somministrava chinino e altri intrugli antima­larici. La cura non faceva progressi. E non poteva farli poiché era molto improbabile che fosse malaria. Era stata, infatti, debellata venti anni prima e certo non poteva essere tornata solo per fottere il povero Cocò. Diagnosi errata e cura disastrosa. Il chinino lo stava avvele­nando, mentre la sifilide avanzava indisturbata.
Più che il dolore e i disagi provocati da quella strana malattia, Cocò si struggeva per non potere tornare in via della Locanda. Aveva saltato già quattro domeniche di fila. Che cosa avranno pensato le sue donne? Le sue amiche come le considerava.
Una voce pietosa gli disse che il suo male non era malaria ma una sifi­lide. Una forma micidiale di sifilide che, anche a causa della cura sba­gliata, aveva avuto il tempo d’installarsi, di fortificarsi.
Il povero Cocò si rassegnò all’idea della morte, della sua morte. Ep­pure, ogni tanto, un bagliore di luce illuminava la sua mente e anche quello stanzone preagonico. Il delirio, il folletto che sfugge a ogni controllo, gli dava la forza di sperare ancora. Sperava di tornare a unirsi con le sue donne, in via della Locanda. Un convivio, un’orgia d’amore e di musica.
 
20...          Un pomeriggio di una santa domenica, fece per alzarsi. Desiderava andare a prendere il treno per Cartona, ma le gambe non ressero allo sforzo e ricadde nel letto.
Chiamò la madre: “Ti prego mà mettimi un disco, uno a caso fra quelli appoggiati sul tavolo…”
Donna Assuntina, ben volentieri, si prestò alla richiesta del figlio. “Ben venga la musica, anche se lugubre, se servirà a rianimarlo, a renderlo contento.”
Ne prese uno a caso e lo posò sulla piastra del vecchio grammofono e lesta lasciò la stanza.
La melodia iniziò a sciogliersi, a salire, soave e possente, verso il cielo bianco di stucco di Sciacca e, non potendo perforarlo, ricadeva sul letto, inondava il salone.
Musica divina, a tratti disperata, che come un raptus avvinse il profes­sor Interlandi…
Sotto le lenzuola immacolate, qualcosa prese ad agitarsi, frenetica­mente. Un movimento ritmico, costante che pompò il poco sangue cir­colante e lo spinse nel cervello.
Per un attimo, entrò ancora nelle case della città del vizio, sognò di volare, beato, sulle ali della fantasia. Uscì da quella bolla di fumi d’orgasmo. Ogni cosa gli apparve più chiara, lucida. Di quella lucidità istantanea che si forma al confine fra la vita e la morte.
Il disco girava, filtrava le note di una sinfonia a lui cara. Un caro ri­cordo. Era la dolce, incerta melodia de “l’Incompiuta”di Franz Schu­bert, scelta inconsapevole della madre.
Beffa del caso, la celebre sinfonia del compositore viennese si tra­sformò in un’allegoria della vita del professor Interlandi, di quasi certa discendenza baronale, che stava lasciando il mondo senza aver potuto dare un erede all’illustre casato.
Su quel letto, Cocò chiuse i suoi giorni, nel dramma di una vita banale, senza lasciare traccia del suo passaggio e sempre alla ricerca di un fi­nale.
 
* Tratto da "Il cavaliere e la notte"
https://www.unilibro.it/libro/spataro-agostino/il-cavaliere-e-la-notte/9788892326071