PARLIAMO DI SICILIANISMO ( Giuseppina Ficarra)

PARLIAMO DI SICILIANISMO

 di Giuseppina Ficarra

 

Scrive Umberto Santino  La storia della Sicilia non ha bisogno di "sicilianismi" (1)

E passa subito a ricordare che <<Fin dal suo atto di nascita, con il Comitato "Pro Sicilia" ai tempi dei processi per il delitto Notarbartolo (1893) e poi con il separatismo nel secondo dopoguerra, il sicilianismo ha avuto una precisa funzione. Quella di fare da collante ideologico, basato sulla difesa del buon nome della Sicilia e sui "torti" che lo Stato le avrebbe fatto da rimborsare con lo statuto speciale e moneta sonante, per assemblare un blocco sociale.>> Si chiede Umberto Santino, giustamente attaccando Lombardo e i suoi seguaci <<A cosa mirano oggi Lombardo e i suoi seguaci, lanciando una crociata contro l'Unità d'Italia e in particolare contro Garibaldi e Cavour….?>>.

Le parole hanno una storia e quella del  sicilianismo sta per difesa della Sicilia finalizzata ad ottenere benefici. Sicilianismo che si colora di mafiosità come nel caso del delitto Notarbartolo quando chi usa la difesa della Sicilia, anche con argomenti validi, lo fa in modo strumentale per depistare l’attenzione dalla mafia, magari per attribuire  l’esistenza di questa alle malelingue, a chi ci vuole male! Se n’è occupato Umberto Santino in vari testi, come la Storia del movimento antimafia, Dalla mafia alle mafie e  la Breve storia della mafia e dell'antimafia.

Ma come ci dice Vaiana (in Didattica per un'educazione antimafia in perlasicilia.it) <<Sulle origini e sul valore del sicilianismo non c’è fra gli studiosi unità di interpretazione>>. Con l’avvento del Regno d’Italia, ci dice sempre Vaiana (op. cit.), <<l’ideologia sicilianista si trasforma in sicilianismo, cioè in difesa tout court dell’onore dei siciliani offeso dai nuovi dominatori romani (reazioni antigovernative per i metodi di lotta al brigantaggio, reazioni per gli esiti dell’inchiesta di Franchetti e Sonnino).>>

In questo senso il sicilianismo non ha una connotazione negativa, connotazione che assume, come abbiamo visto, quando è usato strumentalmente per ottenere benefici, o peggio ancora per difendere un mafioso (Il Palizzolo).

E’ vero che le parole hanno una storia, ma niente ci vieta di coniarne delle nuove, o di introdurre delle distinzioni di significato, come per esempio tra sicilianismo tout–court, nel senso di difesa della Sicilia dai torti subiti o dal razzismo antimeridionale e sicilianismo di stampo mafioso o reazionario, e ancora di non tenere conto di luoghi comuni o stereotipi.(*). La lingua è viva, finché la parliamo.

Sana difesa della Sicilia è quella di Umberto Santino quando dice: <<Comunque su uno dei personaggi di cui si è parlato in questi giorni, una "modesta proposta" l'avrei anch'io. Penso a Franceso Crispi e in particolare al monumento dedicatogli in una piazza di Palermo.>> E propone di porre una lapide o altro che ricordi i massacri dei protagonisti dei Fasci siciliani, ordinati da Crispi.

E sicilianista non mafiosa sarei anch’io nel momento in cui facessi la proposta di cancellare la targa della via intitolata a Nino Bixio a Palermo e non solo a Palermo!! Se poi non piace l’espressione sicilianista non mafioso/a considerateci semplicemente siciliani adulti che parlano della Sicilia difendendola quando occorre, senza timore di essere considerati, con disprezzo, sicilianisti. E, credetemi, a volte non è facile!

Per quanto riguarda Garibaldi è sicuramente superfluo ricordare, ma mi piace farlo, quanto egli stesso, amareggiato per il comportamento dei Piemontesi in Sicilia e nell'ex regno borbonico, spogliato di tutte le sue ricchezze, ebbe a scrivere nel 1868: <<Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.>>

Lo storico Massimo Gangi, come ci ricorda sempre Vaiana (op. cit.) pur respingendo fermamente il sicilianismo reazionario critica fermamente l’«anti-sicilianismo».

Ma vediamo qualche definizione:

Santi Correnti

il sicilianismo è una esagerazione retorica, perché è una esaltazione esasperata del nazionalismo isolano, molto simile al germanesimo esasperato dei tedeschi del "Deutschland ùber alles in der Welt", che vuole "la Germania sopra ogni cosa nel mondo".

 

Tullio De Mauro

http://www.demauroparavia.it/108105

si|ci|lia||smo


s.m.
movimento politico e atteggiamento intellettuale che rivendica l’autonomia culturale e politica della Sicilia rispetto alla restante Italia

Nella definizione di De Mauro il sicilianismo non ha una connotazione negativa, e non si colloca storicamente. Cosa, questa, attribuire una data alla nascita del sicilianismo, che invece fa Umberto Santino nel suo articolo: <<Fin dal suo atto di nascita, con il Comitato "Pro Sicilia" ai tempi dei processi per il delitto Notarbartolo (1893)…”  e ci spiega anche la funzione che ha avuto il sicilianismo: “Quella di fare da collante ideologico, basato sulla difesa del buon nome della Sicilia e sui "torti" che lo Stato le avrebbe fatto>>. (Su questo condizionale non sono d’accordo perché fanno parte della storia i torti subiti dalla Sicilia e lo stesso Santino, come abbiamo visto, a questi torti reali e non fantomatici si riferisce quando parla del Crispi.)

Al carattere ideologico del sicilianismo fa riferimento anche Renda nella sua definizione di sicilianismo: <<Il sicilianismo non era di per sé ideologia mafiosa, ma si prestava ad essere utilizzato in chiave ideologico mafiosa.  Sotto il profilo ideologico, nella interpretazione sicilianista della mafia si trovano accomunati campioni dell'antimafia come Napoleone Colajanni, intellettuali di livello nazionale come Mosca, e studiosi di segno sicilianista inconfondibile come Pitrè. Sotto il profilo politico, lo schieramento era diverso. Colajanni, Mosca e Sturzo stavano da una parte, e Pitrè dall'altra>>. (Francesco Renda Storia della mafia  Sigma edizioni 1997 Pag. 164 ).

 E veniamo a Napoleone Colajanni: proprio nel contesto del processo Notarbartolo fa una appassionata difesa della Sicilia. Era affetto da “becero” sicilianismo? Era un mafioso? Certamente no! Vediamo cosa ci dice la storia: <<In effetti. il dibattito processuale che porta alla incriminazione del Palizzolo si svolge in un clima che non si limita alla valutazione di quanto avviene nell’aula, ma trascende in animosità che riflettono ed esasperano le conflittualità esistenti fra Nord e Sud. Un esempio che va oltre il segno è quello di Alfredo Oriani. In un articolo titolato Le voci della fogna, apparso su I! Giorno dell’ 8 gennaio 1900, scrive che “l’ isola è un paradiso abitato da demoni”, che “si rivela come un cancro al piede dell’Italia, come una provincia nella quale né costume né leggi civili sono possibili”. Napoleone Colajanni reagisce rimandando al mittente “l’insulto sanguinoso”, giacché “nella  fogna hanno diguazzato allegramente e vi hanno portato un lurido e pestilenziale materiale i Balabbio, i Venturi, i Venturini, i Codronchi, i Sacchi, i Cellario, i Mirri… nati e cresciuti tutti al di la del Tronto” Il Colajanni coglie anche l’occasione per rilevare e lamentare che “nella fogna ha voluto diguazzare un poco la magistratura di Milano>>.( Francesco Renda op. cit. Capitolo VI  I processi Notarbartolo pag.154).

Non dovrebbero esserci dubbi a questo punto che difendere la Sicilia non significa tout - court essere “sicilianisti mafiosi”. Le visioni della Sicilia e dell’Italia meridionale ai tempi del delitto Notarbartolo erano, a dir poco, razziste! Ricordiamo per tutte quanto ebbe a dire  il presidente Lanza a Rattazzi: “Je ne vous demande qu’un faveur:
Muselez (mettete la museruola) le méridionaux. Le danger pour l’Italie est dans le Sud
”. 

E il razzismo antimeridionale è più che mai vivo anche ai nostri giorni! Mi riferisco agli attacchi continui che possiamo leggere sulla stampa, ma anche, perché secondo me più perniciosa, a tutta quella letteratura pseudo-psicologica, che fa risalire tutti i mali dell’isola alla nostra <<cultura>>. Parlo dell’impostazione culturalista di tutti quei siciliani che si sentono in dovere di attribuire al “carattere” dei siciliani tutti i mali della nostra storia compresa la mafia. (Tra questi però non ho mai trovato un magistrato!!!). Qualcuno ha detto: Il paradosso dei paradossi è che hanno inculcato al Popolo Siciliano il pregiudizio razziale su se stesso.

Non mancano infatti i Siciliani che potremmo definire   antisicilianisti di stampo culturalista,  che amano riferirsi ad ogni pie’ sospinto all’ideologia mafiosa, al sentire mafioso, alla cultura mafiosa del popolo siciliano. Costoro amano anche citare quanti, uomini illustri, hanno parlato male dei Siciliani o dei meridionali in genere, affinché questi  non abbiano mai a dimenticare di che mala carne sono fatti!! Amata la citazione del messinese Scipione Di Castro della seconda metà del Cinquecento, (epoca in cui certamente il concetto di razza era ben lungi dall’essere superato!), il quale negli Avvertimenti a Marco Antonio Colonna quando andò viceré in Sicilia  traccia, fra l’altro, il carattere dei siciliani.  Questi, egli dice – <<generalmente sono più astuti che prudenti, più acuti che sinceri, amano le novità, sono litigiosi, adulatori e per natura invidiosi; sottili critici delle azioni dei governanti, ritengono sia facile realizzare tutto quello che loro dicono farebbero se fossero al posto dei governanti.>> Ripeto a questo proposito, quanto ho avuto modo di dire in altre occasioni: Attribuire alla “cultura di un popolo” comportamenti negativi è razzismo! Infatti il razzista oggi, non potendo più fare riferimento alla razza, concetto scientificamente superato, parla di cultura. Per costoro ecco l’antidoto usato da Umberto Santino: “Raccontare la storia delle lotte contro la mafia dall'ultimo decennio del XIX secolo ai nostri giorni” questo, dice Santino, “ ci sembra il modo migliore per dare una risposta, più convincente di mille polemiche, a tutte quelle visioni della Sicilia e dell'Italia meridionale legate a schemi teorici tanto gratuiti, in tutto o in parte, quanto fortunati.” (http://www.centroimpastato.it/publ/online/augusto_cultura_siciliana.php3).

A  tutti i culturalisti, assieme ad Alessandra Dino, la quale sostiene che l'approccio culturalista è sbagliato, privo di basi scientifiche e controproducente sul piano del contrasto al fenomeno mafioso (<<come si fa a sconfiggere una cultura?>> ), ha dato una risposta Salvatore Lupo quando dice: “Invece io credo che esista un’ideologia mafiosa che riflette i codici culturali ma soprattutto per deformarli, riappropriarsene, farne un complesso di regole tese a garantire la sopravvivenza dell’organizzazione, la sua coesione, la sua capacità di trovare consenso, di incutere terrore all’interno e all’esterno.” (Salvatore Lupo Storia della mafia Donzelli 2007 pag.168)

Giuseppina Ficarra

(1) (E allora correggiamo l' epigrafe per Crispi  Repubblica — 06 agosto 2008   pagina 16   sezione: PALERMO )   

(*)Di stereotipi parla Umberto Santino quando dice <<Si appaia allo stereotipo sicilianità-sicilitudine, lo stereotipo sicilianista, una vera e propria ideologia mafiosa o filomafiosa ................>> (http://www.centroimpastato.it/publ/online/subcultura.php3)

 

A proposito di stereotipi, Salvatore Vaiana (op.cit.) assieme ad altri, studiosi della <<cultura>> siciliana, ci dice  che << Il sicilianismo si alimenta di sub-valori, concetti, sentimenti che ne sostanziano la filosofia, sia quella del senso comune sia quella elaborata dell’intellighenzia: il silenzio («’A megghiu parola è chidda ca ‘un si dici»), ......, l'onore ........, la cavalleria ....etc.   

 A parte il fatto che il proverbio siciliano ha l'equivalente nel proverbio toscano: "La parola è d’argento, il silenzio è d'oro",  ecco quello che scrive Salvatore Lupo per sfatare questo stereotipo: <<L’omertà, intesa come ripulsa «morale» nei confronti del ricorso al sistema legale, .... non è una guida per l’azione dei mafiosi>> e ci spiega diffusamente il perché ( Salvatore Lupo Storia della mafia Donzelli 2007 pag.168)